l’inflazione della fotografia in rete: evoluzione, o estinzione della creativita’?
Ovvero: capire come il fenomeno della condivisione della creativita’, delle immagini, delle licenze d’uso in Rete sia un fenomeno positivo (e quindi come sfruttarlo) o se sia l’avvisaglia della disgregazione della creativita’ stessa (e quindi come difendersi).
Un tema forse piu’ importante della scoperta della fotografia.
Si tratta di un tema di un’importanza capitale per la nostra professione, e per tutte le altre attivita’ umane che si basano su processi creativi che possono essere conosciuti e condivisi attraverso il canale della Rete.
Un tema di tale importanza da potersi considerare come storicamente fondante, come - e forse piu’ - dell’invenzione della fotografia stessa.
Quindi, indipendentemente dalla propria attuale “posizione” professionale, e’ fortemente consigliabile interessarsi al’argomento, e cercare - assieme - di capirne il piu’ rapidamente ed il piu’ efficacemente possibile glii elementi essenziali.
Per leggere questo testo occorrono cinque minuti di calma: prima di cena, in treno, seduti in bagno… non importa quando, ma e’ utile farlo.
Per continuare - poi - a documentarsi e a porsi delle domande sulla propria posizione attuale e futura in questo contesto puo’ in seguito occorrere qualche ora. Ma sara’ tempo ben speso, molto ben speso, dato che dalla consapevolezza o meno del proprio modo di porsi da qui in avanti potra’ discendere o un notevole successo, o il mantenimento della propria competitivita’, o l’estinzione professionale.
Di cosa si parla esattamente.
In questo testo si analizzano brevemente gli aspetti positivi e quelli negativi del fenomeno della condivisione in Rete della creativita’.
Stiamo parlando del fatto che le disponibilita’ attuali (cioe’ le applicazioni digitali e, in modo assolutamente determinante: la Rete Internet) hanno reso possibile un fenomeno storicamente inedito: la condivisione semplicissima, immediata - e quindi aperta a tutti - degli strumenti di lavorazione creativa, ma anche delle idee stesse, delle fonti a cui attingere, e dei frutti della creativita’, e quindi delle opere che derivano dalla creativita’.
Stiamo quindi parlando del fatto che la Rete ha reso possibile la condivisione, senza ostacoli, di conoscenze e di frutti della creativita’ che realmente fino a pochissimi anni fa non erano condivisibili se non attraverso canali piuttosto rigidamente prefissati e, quindi, di facile controllo.
Ora, di fatto, e’ possibile mettere in comune con gli altri - ed attingere da tale comunita’ - tutte le idee ed i frutti creativi che le idee portano con se’: testi, musica, fotografia, grafica, software, creativita’ pura, idee per l’advertising, eccetera.
Poiche’ tutti i lavori creativi si basano sullo scambio del frutto di idee ed inventiva fra due categorie di soggetti: da un lato, chi ha idee ed inventiva, e dall’altro chi - non avendole - le vuole acquisire, e’ evidente che la improvvisa e totale “permeabilita’” fra le due sponde ha modificato e sempre piu’ modifichera’ in modo radicale tutte le dinamiche dei mondi che orbitano attorno alla creativita’ ed alle sue applicazioni.
Che cosa, della condivisione, e’ cosa buona
Questo fenomeno di portata storica nell’intelligenza dell’Umanita’ ha in se un germe epocalmente fondante di una nuova societa’. La globalizzazione non e’ piu’ solo un fenomeno di mercato da condividere oppure contestare, ma - volenti o nolenti - il nuovo modello della nostra intelligenza e cultura planetaria.
Cio’ che differenzia il genere umano dai ragni, dalle carote, dai cani, dai canguri e dalle lumache e’ che ciascuna delle altre forme di vita puo’ modificarsi, nel tempo, solo mediante processi di miglioramento darwiniani della specie: i soggetti con patrimonio genetico piu’ adatto all’ambiente sopravvivono meglio degli altri, quindi si riproducono piu’ facilmente e quindi evolvono in direzione delle caratteristiche “preferibili” alla propagazione dei loro geni (in realta’, sono i geni stessi le identita’ che si duplicano e perpetuano, usando l’organismo vivente come sacrificabile mezzo di trasmissione di loro stessi da una generazione all’altra).
Ma, al di la’ dell’evoluzione della specie, un ragno tesse la tela esattamente come faceva cento anni fa, una cane maschio alza la zampetta come l’istinto gli suggerisce da sempre, ed una lumaca organizza la sua vita esattamente come faceva nel Medio Evo.
Invece noi umani, capaci di astrarre concetti e di prefigurarci cosa potrebbe succedere in base alle nostre azioni, ci scambiamo vicendevolmente informazioni, congetture e istruzioni, che ci fanno cambiare il modo di interagire con gli altri e con l’ambiente. Continuamente, vorticosamente, evolvendoci e mutando non solo a cavallo di generazioni di individui, ma anche con una rapidita’ proporzionale alla rapidita’ con cui riusciamo a scambiarci tali istruzioni di vita.Bene.
L’entusiasmante portata della condivisione in Rete della conoscenza e’ che si tratta della piu’ favolosa opportunita’ di conoscenza ed evoluzione mai avuta dall’Umanita’.
Significa che ora, grazie alla condivisione, la conoscenza e’ davvero patrimonio di tutti, il che si tramuta in un’accelerazione incredibile della nostra evoluzione.
Restiamo nell’ambito della creativita’, e ancor piu’ in specifico della fotografia, che e’ poi il campo che ci interessa.
Condividere le immagini significa che ho la possibilita’ di mostrare il mio lavoro a un’enormita’ di interlocutori, che prima non avrei potuto raggiungere. Significa che posso attingere a spunti ed idee di altri, che avrei impiegato una vita a ottenere tramite i canali pre-internet. Significa che posso vendere la mia canzone, o il mio disegno, o la mia immagine a pochi centesimi alla volta, ma ad un mercato spaventosamente grande, composto di milioni di individui, e non di decine di clienti. Significa che, grazie alle licenze d’uso non restrittive - come Creative Commons - posso fare in modo che il mio lavoro, la mia creativita’, il mio nome, si diffondano con una rapidita’ esponenziale, che assolutamente solo le dinamiche “a cascata” come quelle innescate dalla rete possono fare.
Qualche esempio per tutti:
su www.jamendo.com posso trovare valanghe di buona musica sperimentale, ma posso anche propormi offrendo in condivisione la mia musica e farmi notare se questa viene apprezzata;
su http://sourceforge.net posso trovare applicativi software in open source da utilizzare per la mia produttivita’, ma anche scambiare conoscenza, codici ed informazioni e trovare potenziali sostenitori;
su www.zooppa.com posso curiosare fra moltissime proposte creative in ambito advertising, e farmi notare da clienti ed agenzie anche se sono un creativo che vive fuori dai giri delle consuete agenzie;
su www.istockphoto.com posso acquistare immagini, illustrazioni e filmati di alta qualita’ in royalty free a prezzi contenutissimi, ma anche proporre le mie produzioni creative, controllare cosa vendono gli altri, quante volte, fare una stima dei guadagni mensili possibili, scambiare idee e pareri con la comunita’ dei creativi che mi piacciono, e mantenere un’attivita’ professionale di stock.
Tre gli elementi caratterizzanti, in positivo:
a) Tutta la conoscenza disponibile.
Grazie alla condivisione, si ha a disposizione tutta la conoscenza del mondo, in un batter d’occhio, e spunti infiniti. Ma attenzione: la qualita’ e l’utilita’ di questi elementi e’ proporzionale a quanto intelligente, illuminata, creativa e preparata e’ la ricerca che viene fatta.
La Rete e’ davvero democratica sulla quantita’ dei contenuti (perche’ potenzialmente tutto e’ a disposizione di tutti) ma a suo modo anche selettiva sulla qualita’ degli stessi: una persona di scarsa cultura non sapra’ discernere le tracce, trovera’ tendenzialmente contenuti di scarso spessore, ed avra’ la sensazione - fondata - di muoversi in un’immondezzaio globale di idiozie.
Quanto piu’ preparato - umanamente e professionalmente e’ chi effettua le ricerche - tanto piu’ i risultati saranno vicini a quello che gli occorre.
La Rete, di fatto, amplifica enormemente il potenziale espresso da chi la usa: come avviene per i programmi, vale la regola G.I.G.O. (garbage in, garbage out: se ci metti spazzatura, ne esce spazzatura).
b) Un mercato eccezionalmente piu’ ampio.
Grazie alla condivisione, ho la possibilita’ di vendere contenuti a prezzi unitariamente bassissimi, ma ad un pubblico spaventosamente piu’ grande rispetto a quello tradizionale. I canali di microstock ne sono un esempio.
c) La possibilita’ di attirare contatti offrendo contenuti.
Grazie alla condivisione, e’ possibile offrire contenuti e informazione gratuitamente, con questo acquisendo una posizione privilegiata di contatto con gli individui interessati a quei contenuti. Ad esempio, Mauro Boscarol, divenuto uno dei docenti piu’ richiesti in campo di gestione del colore e prestampa grazie alla notevole quantita’ di contenuti resi disponibili gratuitamente al suo sito http://www.boscarol.com/
Che cosa, della condivisione, e’ pericoloso
In realta’, pero’, accettare il fenomeno della condivisione come un bene incondizionato e’ un atteggiamento miope.
Gli aspetti positivi della condivisione della conoscenza sono notevoli, e li si e’ accennati.
Tuttavia, un conto e’ la condivisione della conoscenza, ed altro e’ la condivisione dei frutti della conoscenza.Come si accennava prima, tutti i lavori creativi si basano sullo scambio del frutto di idee ed inventiva fra due categorie di soggetti: da un lato, chi ha idee ed inventiva, e dall’altro chi - non avendole - le vuole acquisire.
Una sorta di jing e jang, vuoto e pieno, positivo e negativo. Questi due poli, perche’ diversi, mantengono la tensione, e la tensione produce lavoro.
Tu hai una cosa. Io no, ma ne ho altre. Scambiamocele.
E questa dinamica produce movimento, flusso, mercato, azione, lavoro.
Ma se tutti - grazie alla condivisione - hanno disponibilita’ di tutto, questa dinamica viene meno. La completa permeabilita’ in condivisione e’ - ne’ piu’ ne’ meno - la stessa identica dinamica che sta alla base dell’entropia dell’universo. Apparentemente “paroloni”, per definire pero’ un concetto semplice: quando metto in libera comunicazione con dei vasi comunicanti dei contenitori diversamente pieni, in un primo momento si riverseranno reciprocamente fiumi di contenuto; dopo poco, pero’, quando tutto si sara’ livellato, non succedera’ piu’ niente.
Niente.
Il libero fluire dell’energia da una parte all’altra porta all’annichilimento. E’, appunto, l’entropia: la direzione verso cui scorre l’universo, la dispersione dell’energia verso un livello omogeneo e quindi improduttivo, il passaggio dell’organizzazione (strutturata) della materia verso livelli via via di maggior disordine, e cioe’ di casuale disposizione. Omogeneamente livellato, l’universo tende ad annichilirsi.
Il “nulla” da temere non e’ il vuoto: e’ l’assenza di tensione fra le parti, cioe’ l’assenza di disparita’ fra vuoto e pieno: e’ il grigiamente omogeneo, senza ritorno.
Torniamo sulla Terra e nel concreto.
E’ entusiasmante che si possa disporre di immagini in un batter d’occhio. Ma, come ben sappiamo, la sovrabbondanza di immagini ha prodotto una svalutazione delle stesse. Poiche’ tutti le possono avere facilmente, hanno drammaticamente perso di valore.
La creativita’ fotografica stessa, grazie alle nuove tecnologie, ha inizialmente avuto un apparente incremento grazie alle funzioni offerte dagli applicativi di fotoritocco. Ma dopo pochissimo tempo, i mezzi a disposizione di tutti (ad esempio, banalmente, i filtri di Photoshop) utilizzati da tutti sono diventati banali, omogeneamente diffusi e quindi senza valore. Ora l’intervento “creativo” usando una filtrazzata di Photoshop e’ sconsolantemente banale, non creativo.
Alla stessa stregua, anche la postproduzione di alto livello ha impastoiato una buona parte della creativita’ fotografica, portando ad un’immagine di sapore omogenamente artificiale.
E, come contenitori di vernice di colori diversi che vengano messi in comunicazione fra loro, quello che si ottiene dal progressivo mescolamento delle vernici e’ inizialmente variegato e striato, e poi, sempre di piu’, a differenza delle caratteristiche di partenza, diviene grigio, indistinto e - soprattutto - irreversibile.
Non si separa piu’ la vernice bianca dalla nera, una volta mescolate fra loro.
Il fenomeno della condivisione non si puo’ arrestare, non si puo’ ostacolare, e soprattutto: non e’ reversibile.
Le risposte fuorvianti
Prendere coscienza di questa evoluzione del nostro mercato o, meglio, del nostro universo professionale e’ importante, e qualsiasi nuova personale percezione non puo’ che far bene.
Ci sono tuttavia alcune risposte istintive ma fuorvianti, da evitare.
a) Nuovo = Buono. Non e’ sempre vero, non necessariamente.
Semplicemente: “nuovo” e’ uguale a “nuovo”. Punto.
Se poi, nella propria situazione, la novita’ e’ cosa buona, questo dipende dalla situazione personale.
b) “Ancora lo stesso”; come gia’ piu’ volte citato Watzlavich:
(vedi a: http://www.fotografi.org/ancora_lo_stesso.htm a cui si rimanda) se una soluzione e’ stata efficace nel passato, questo non significa che sia ancora efficace allo stato attuale. E quindi, non necessariamente “tradizionale e sperimentato” = “buono”.
c) “Contenuti generati dall’utente come buon modello di business”; ovviamente, chiunque utilizzi i contenuti generati dall’utente (che siano testi, foto, musica, pettegolezzi, commenti, informazioni, ecccetera, poco importa) come mezzo per riempire uno spazio, e poi usa gli accessi a quello spazio come veicolo per pubblicita’, non puo’ che vedere la tendenza a ai “contenuti generati dall’utente” come sempre positiva. Si tratta pero’ di una posizione parziale, vera solo in alcuni casi, un po’ come quella di chi vede il freddo come un aspetto positivo… perche’ la sua attivita’ e’ commerciare in sciarpe e stufette.
d) “Barriere corporative e ordini”. Molti, specie se piu’ radicati alla cultura degli anni scorsi, immaginano la creazione di Ordini Professionali e simili steccati di corporazione come un valido antidoto ai problemi dell’eccessiva condivisione in Rete. Questa soluzione, in realta’, e’ irrimediabilmente anacronistica, inefficace e utopica.
Tolti i pochi casi di professioni per le quali la creazione di regole all’accesso ed all’esercizio serve a garantire la salute o l’interesse della comunita’ umana (ad esempio, l’ordine dei Medici per evitare che un ciarlatano mi possa danneggiare la salute, o degli Ingegneri per evitare che un improvvisato costruisca un ponte che viene giu’ al primo temporale), la Comunita’ Europea da molti anni impedisce l’istituzione di altri ordini professionali.
Anche la creazione di semplici barriere corporative ha - su fenomeni planetari come la Rete - la stessa efficacia che potrebbe avere il cercare di fermare un mare in tempesta usando le mani.
Cosa resta allora davvero di valore
Cosa fare, quindi?
Prendere coscienza del fatto che il fenomeno della condivisione della conoscenza e’ un fenomeno epocale, dirompente e positivo.
Che la condivisione dei contenuti, invece, e’ fenomeno parzialmente positivo e parzialmente “entropizzante”, e cioe’ che sta portando alla distruzione di una parte delle dinamiche di mercato in fotografia (come in altri ambiti creativi).
Che l’unico elemento che non viene intaccato dalla condivisione dei contenuti e che anzi viene favorito dalla condivisione della conoscenza e’ la progettualita’ e l’invenzione di nuove idee.
Che il nostro lavoro in ambito fotografico, quindi, restera’ nei prossimi anni un lavoro remunerativo, interessante umanamente e gratificante professionalmente solo nella misura in cui ci trasformeremo da “persone che sanno fare fotografie” a “persone che sanno avere delle idee e tradurle in immagini”, dato che le immagini perderanno sempre piu’ rapidamente di valore, e le idee invece resteranno sempre appannaggio solo di chi le sa avere.
Quindi, ad esempio:
NON fotografie di paesaggio, ma progetti di comunicazione sul territorio tradotti in immagini;
NON fotografie di oggetti, ma invenzione di oggetti fotografici, cioe’ che usano l’immagine per essere oggetto decorativo;
NON fotografie di ritratto e matrimonio, ma creazione di eventi appositi per coinvolgere i giovani, gli sposi, le persone in attivita’ che possano essere documentate fotogarficamente;
NON fotografie di catalogo, ma invenzioni di operazioni multimediali e guerrilla marketing usando anche l’immagine fotografica.
NON fotografie di curiosita’ dei costumi, ma racconti giornalistici finalizzati a descrivere tendenze del momento;
NON ricerca creativa fine a se stessa, ma scandaglio delle pulsioni e dell’esperienze emotive dei nostri simili, per offrire loro letture visive di queste percezioni.
e NON corporazioni restrittive, ma gruppi di persone che cercano di favorire fra loro la conoscenza e la collaborazione.
Keep in touch….
roberto tomesani
coordinatore generale
Associazione Nazionale Fotografi Professionisti TAU Visual
www.fotografi.tv - www.fotografi.org - www.assistenti.org - www.premiofotografico.org
Se lo desideri, puoi diffondere e pubblicare questo testo, ad alcune condizioni.
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Tuesday 7 April 2009 9:32 am
Grazie Roberto per la fondamentale ed illuminata analisi che condivido totalmente, la tua straordinaria sensibilità e preparazione ha colpito ancorauna volta nel segno, un abbraccio Fernando Zanetti.
Thursday 16 April 2009 3:31 am
Quello che scrivi in teoria è sacrosanto, però bisognerebbe considerare la realtà dei fatti: non necessariamente chi condivide qualcosa (musica, testi, immagini) sulla rete lo fa perché vuole vendere la propria creatività, spesso si tratta solo di dare sfogo a questa creatività. Altrimenti si finisce di nuovo nella polemica di qualche anno fa, per esempio, quando gli scrittori e i giornalisti professionisti s’indignavano perché con i blog era diventato facile per tutti condividere la propria scrittura. Non credo che tutti quelli che hanno un blog lo tengano perché si credono dei romanzieri o perché sperano che scrivere diventi la loro fonte primaria di guadagno — io, tanto per fare un esempio non per sentito dire, non ci penso proprio a questa eventualità; similarmente, non credo che chiunque scatti foto e poi le pubblichi su flickr o altrove su internet pensi di essere Cartier Bresson reincarnato — idem come sopra: io lo faccio, e so perfettamente che alcune foto sono delle fetecchie immonde, altre sono decenti. Ciò non toglie che mi diverte, mi piace fare foto, mi piace anche imparare da quello che vedo in rete, chiedo anche consigli a chi è palese ne capisce e sa più di me.
Penso che questo sia in ogni caso positivo, fare qualcosa e condividerne i risultati non per trarne un guadagno ma semplicemente per passione non credo sia un delitto.
E poi bisogna sempre confidare nella capacità critica degli utenti: non credo nell’appiattimento causato dalla condivisione di troppo materiale, sono comunque convinta che le cose migliori non si perdano nemmeno in un marasma di mediocrità, perché se davvero sono migliori risalteranno comunque (e questo non vale solo per la fotografia).
Thursday 16 April 2009 6:49 pm
mi sembra che la sua riflessione, Roberto, sia esagerata. Ora che finalmente si riesce a dare libera creatività in tutte le arti, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione ci vuole gia soffocare con questa paura dell’appiattimento. Mi auguro che non vada a finire cosi perchè sono convinto che la creatività dell’uomo è infinita ed ognuno avrà a suo modo la sua diversità, almeno cosi la storia ci insegna.
Un saluto.
Friday 17 April 2009 8:04 am
Ciao!
Una precisazione: il testo di questo thread NON stigmatizza la condivisione in rete. Al contrario, la individua come strada incomparabilmente importante e decisiva non tanto e non solo per la fotografia, ma addirittura per l’evoluzione del genere umano nel complesso…. il che non e’ precisamente un commento “soffocante” o castrante del fenomeno.
Premesso che si tratta di una delle maggiori opportunita’ a disposizione dei creativi e dell’umanita’, si pone l’attenzione anche sugli aspetti deleteri, che vanno percepiti e conosciuti, perche - “contra factum non valet argomentum” CI SONO.
Non invalidano nulla, il fenomeno resta incredibilmente importante e positivo, ma e’ giusto considerare tutti gli aspetti del fenomeno. ciao!
roberto tomesani
Monday 20 April 2009 11:21 pm
…a mio avviso l’eventuale condivisione della creatività tramite il web può far crescere e troppo spesso si verificano usurpazioni sia di creatività che del “frutto” che ne deriva.
Un esempio sotto gli occhi di tutti è la fotografia micro stock.
Senza alzare poveroni inutili si è già generata una grossa disarmonia tra chi produce e chi vende quel tipo di materiale.
Credo che dei “distinguo” vadano fatti tra chi vuole esprimere la propria creatività per sentirsi soddisfatto e chi con la propria creatività deve far quadrare i conti a fine mese.
Il web e vari software in questo contesto sono stati usati per appiattire una determinata “fetta” di mercato (secondo me) permettendo a “chiunque” di proporre materiale che in passato era appannaggio di semi-professionisti e professionisti.
Friday 24 April 2009 10:32 am
Trovo questo articolo estremamente interessante e lo giudico di indispensabile lettura a chi è vicino al mondo della fotografia.
Un grosso “grazie”, mi fa sempre piacere leggere i tuo articoli.
Ciao. Lorenzo
Monday 18 May 2009 11:10 pm
Grazie per questo articolo molto approfondito e di ampio respiro.
Secondo me si tratta di un fenomeno globale che ha nei suoi difetti anche delle opportunità. Un generale appiattimento della qualità può essere un occasione per farsi vedere se si ha un idea originale o la possibilità di essere visti dall’altra parte del globo può creare nuove sinergie con chi ha delle idee in comune con te stesso.
Come in tutte le cose molto dipende dal punto di vista e dalle proprie convinzioni.
Grazie ancora per questo articolo interessantissimo…..
Tuesday 27 October 2009 1:07 pm
ciao Roberto
sono uno studente dello IED,iscritto al corso serale di fotografia.
Ho assistito alla presentazione d’apertura del corso e quindi al tuo discorso fatto in sala posa.
Da “neofita” della fotografia ciò che hai detto in quella circostanza mi ha incuriosito,il che è positivo perché la curiosità a quanto pare porta alla conoscenza.
Infatti adesso, dopo aver letto il tuo articolo, capisco e condivido il concetto che hai espresso qualche giorno fa . Non nascondo di averlo preso come il solito atteggiamento pessimistico sulla realtà lavorativa del XXl secolo.
Adesso invece grazie al tuo post e al fatto che non ti sei limitato ad elencare i problemi, le cause e le conseguenze ma hai anche messo in evidenza quali potrebbero essere le soluzioni ,mi sento più sereno.
Sono contento di essermi iscritto al istituto europeo di design e sono
sicuro che imparerò molto visto il fatto che non vi limitate ad insegnare come si scattano buone foto ma anche dove indirizzare al
meglio le energie.
Con stima saluto Antonino
Wednesday 4 November 2009 10:34 am
Un fotografo quindi, dovrebbe trasformarsi in giullare, intrallazzone, intrattenitore, inventore, organizzatore, editore e chi più ne ha più ne metta, perché ormai come figura singola è obsoleto, e la fotografia come oggetto di mercato è superata e surclassata dall’offerta.
Non serve più, quindi, chi ti realizza una immagine pulita.
Ma solo chi ha qualcosa da tirare fuori dal cappello a cilindro, come non è più importante la tecnica. E’ divenuta secondaria, conta solo lo spirito imprenditoriale, che in un paese come l’Italia dove le spintarelle contano e i furbi non mancano diventa una inno al “Si salvi chi può”.
Chi porterà avanti la ricerca se i proventi del microstock sono irrisori?
Come potrà concentrarsi sull’immagine un operatore che deve dedicarsi a mille altri rivoli per promuoversi?
Solo gli amatori, ognuno nel proprio campo, chi magari nei paesaggi, con la foto immersiva, chi nei ritratti, potranno dedicarsi alla ricerca.
Gli ex professionisti passeranno giornate di anticamera negli uffici degli assessori, o nelle sale d’aspetto pullulanti di segretarie coi tacchi a spillo delle multinazionali.
Il futuro sarà sbarcare il lunario arrangiandosi e vendendo dei progetti mirati più per politica o per affinità con “l’utilizzatore finale”, progetti densi di contenuti letterari e concettuali ma vuoti di ricerca fotografica, che riechiede impegno e preparazione.
Ma non c’è tempo per tutto.
Grazie Roberto per il tuo lavoro.
Norberto C.
Sunday 27 December 2009 3:55 pm
La condivisione, la grande disponibilità di dinamiche sono senza dubbio una ricchezza a patto che si riconosca il fatto che questa ricchezza (come ogni forma di ricchezza) ha un proprietario e che tale proprietario, chiunque esso sia, va compensato adeguatamente nel momento in cui questa ricchezza gli viene sottratta. Oppure non deve esistere più nessuna ricchezza in modo tale da mantenere un livello di equità fra tutti i soggetti coinvolti. Se devo pagare ciò che mangio o ciò che indosso allora è giusto che le mie idee vengano pagate da tutti ogni volta che vengono usate, prese come spunto, copiate o citate. Purtroppo per legge le idee non sono difendibili, ed è curioso che non esistano delle leggi che tutelino la titolarità dell’idea in modo ferreo. Questa indifendibilità delle idee unita a questa apparente grande libertà (che in sintesi è solo la libertà di chi ha creato di sparpagliare in giro a pagamento il risultato del proprio lavoro sperando che qualcuno lo compri) crea un curioso sistema nel quale chi dedica energie, talento e capacità alla creazione di idee si ritrova depauperato immotivatamente da chi non sprecando energie in questa direzione si concentra sul semplice sfruttamento del risultato ottenuto e dei bisogni derivati che inevitabilmente esistono.
Un altro errore che personalmente rilevo in questo sistema risiede nel concetto che gli autori delle opere dell’ingegno debbano avere un mercato economico in base al livello di gradimento del pubblico mentre tutti gli altri soggetti economici di questo grande gioco vengono retribuiti per il tempo che impiegano nel loro lavoro; ad esempio io non pago un agenzia di microstock solo se è la migliore del mondo e se ha grande successo, (ne un panettiere o un verduraio), ma la pago ogni volta che nhe uso il servizio (ne compro un bene ecc…) o una mia immagine è venduta e l’agenzia si prende una fetta importante del risultato economico perchè ha perso del tempo per distribuire la mia immagine ed ha fatto degli investimenti di cui deve rientrare, mentre nessuno valuta gli investimenti necessari per imparare a fare della creatività, nè ne parla, ed il compenso non viene mai calcolato in proporzione all’investimento fatto per raggiungere la capacità di realizzare un prodotto creativo.
Quest’errore fa si che oggi il mondo, che ha un bisogno impressionante di creatività, non retribuisca i creativi di nessun settore in modo soddisfacente. Mentre retribuisce gli imprenditori che usano la creatività in tutti i settori senza che questi individui debbano nemmeno preoccuparsi di creare un sistema di mantenimento, formazione e gestione dell’elemento che produce la loro fonte di ricchezza. Ovvero ciò che è già successo per il mondo della creatività professionale può essere esemplificato in questo modo ci sono persone che bruciano intere esistenze ad acquisire nozioni tecniche, creative, comunicazionali complesse, espongono le loro merci nel mercatino globale per trovare dei clienti, passano dei personaggi che prelevano queste merci e non le pagano o le pagano cifre ridicole e addirittura si fanno pagare per permettere a queste persone di far vedere le loro merci. Mi sembra, curiosamente, che si sia riuscita a riprodurre un’epopea da profondo west americano, un epopea in cui i creativi non riusciranno nemmeno ad essere ricordati come eroici pionieri.
Thursday 7 January 2010 7:47 pm
La creatività di massa.
…questo mi viene in mente, la rete permette di condividre la creatività “della” massa, questo lo trovo positivo, è una ispirazione democratica.
Ma cosa centra la “creatività di massa” con la fotografia “professionale”, dico professionale non amatoriale o “artistica” , devo fare questa distinzione per forza.
Faccio il fotografo Pro da 30anni, sono cambiati gli strumenti ma il lavoro è rimasto identico, nel metodo e nei contenuti, i miei clienti chiedono sempre le stesse cose.
Nel mio settore, fare il fotografo vuol dire far parte di un gruppo di lavoro, ognuno ha il suo compito, le idee e la creatività è funzionale, c’è gente che paga per avere dei risultati di tipo commerciale, le foto sono buone se fanno vendere, sempre, in ogni campo.
La fotografia professionale, secondo me non è cambiata, come dicevo, sono cambiati gli strumenti ma i fini sono identici al passato.
Ora posso immaginare che per un neo fotografo “Pro”, la confusione sia tanta, capisco…
Fare il fotografo è una “impresa” artigiana, ( quando dico artigiano, non dovete immaginare il calzolaio, gli artigiani moderni, hanno tutte la carte in regola ) e come ogni buon artigiano/impresa, si investe in attrezzature, in aggiornamento professionale, ecc…
Come ieri, molti neo fotografi, pensano di iniziare la professione con una macchinetta con un po di pixel a buon prezzo e qualche accessorietto, per poi lamentarsi di un mercato che non li vuole…
Il settore della “fotografia professionale” non vuole persone ignoranti, bisogna sapere bene qualcosa, qualsiasi cosa, ma va conosciuta bene, molto bene.
Ora per non sembrare generico, provo ad elencare alcuni settori di Fotografia Professionale:
Architettura/Design.
Pubblicità.
Cataloghi.
Moda.
Industriale.
Ritratti.
Still-life.
Reportage.
Arredamento.
Insomma, non vedo nessun settore che debba temere qualcosa della condivisione in rete delle immagini a tutto campo. Per noi “pro” la rete può dare solo una grande visibilità, magari, alimentando ancora di più il mito dei ” fotografi” a vantaggio delle case produttrici di macchinette e dei portali di fotografia.
Certo un po di furbetti in giro ci sono, un po di concorrenza sleale c’è… pensate a quanti usano i Photoshop crackati, per regalare qualche elaborazione sui microstock, dico regalare perché la maggior parte degli operatori non produce costantemente per ottenere un ritorno economico, se a questi gli fate pagare i SW che usano, sono convinto che ci sarebbe una bella selezione naturale.
Un ultima cosa sulla creatività, non si nasce creativi ma ci si diventa.
Un abbraccio!
Sauro